premesse, genesi ed evoluzione di Sabaudia

 

 

Sabaudia, ai nostri giorni, è in Italia sinonimo di Razionalismo, riconosciuto infine quale corrente architettonica d‘avanguardia, che si inquadra come espressione nazionale autonoma di quell’Intenational Style che rivoluziona negli anni ’20 il vecchio Neoclassicismo, per essere a sua volta ucciso dalla banalizzazione del boom edilizio del dopoguerra.

Erroneamente considerato in Italia quale tipica espressione del Ventennio, subì una sorta di damnatio memoriae sino agli anni ’80, quando iniziò ad essere rivalutato dagli storici di architettura, e limitatamente a Sabaudia ancor prima, grazie all’intellighenzia romana che ne segna il destino di turismo balneare.

Per comprendere e correttamente inquadrare la nascita di Sabaudia, occorre considerarla nel quadro della bonifica dell’Agro Pontino, a sua volta punta di diamante di un vasto quadro di riforme agrarie (sociali oltre che tecnico-economiche) operate dal Regime.

 

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Principio fondamentale della politica agraria fascista fu l'applicazione anche in questo settore dei principi di compartecipazione e di collaborazione di classe (corporativismo), contrapposti al regime di scontro continuo insiti nelle visioni marxista e capitalista (lotta di classe).

In tale visione socio-politica, lo stato, per conseguire al contempo lo stesso bene superiore della Nazione, deve rappresentare e proteggere in pari misura tutte le categorie di cittadini, siano essi lavoratori o datori di lavoro (Carta del lavoro, 1927).

Il settore agrario riveste poi in quegli anni grande importanza nello sviluppo sociale nazionale, tendendo a stimolare la ruralizzazione in opposizione al fenomeno dell’industrializzazione e correlato urbanesimo, sviluppatosi in Italia in modo particolarmente tumultuoso agli inizi del XX° secolo.

In tale visione di privilegio della produzione agricola in seno all’economia nazionale, si inquadra la Battaglia del grano, proclamata nel giugno ‘25, e inserita all'interno di una visione di autarchia nazionale volta a perseguire l'autosufficienza produttiva di frumento.

 

Nel 1931, solo sei anni dopo i primi provvedimenti della nuova politica agricola nazionale, l'Italia riuscì ad eliminare un deficit sulla bilancia commerciale di 5 miliardi di lire ed a soddisfare quasi completamente il suo fabbisogno di frumento, arrivando ad una produzione di 81 milioni di quintali.

Si registra inoltre il  primato italiano nella produzione di frumento per ettaro: la produzione statunitense, fino ad allora considerata la più avanzata, raggiungeva 8,9 quintali di frumento per ettaro, mentre quella italiana era quasi doppia, contando 16,1 quintali per ettaro.

 

Per ottenere questo spettacolare risultato, lo stato si adoperò in due distinte e parallele direttive socio-economiche:

- da un lato, tendendo ad elevare le masse contadine dallo status di bracciante a quello di mezzadro e di colono, con assegnazioni di terre e fornitura di credito attraverso i Consorzi Agrari,

- dall’altro, non già stimolando le modifiche di destinazione agricola della produzione (trasformazione di terreni già produttivi in coltura di cereali), ma aumentando la superficie agricola da destinare specificamente a questa produzione.

Le due direttive vengono realizzate praticamente con la promozione di un vasto programma di bonifiche di terreni incolti e paludosi, e con la correlata Legge sulla bonifica integrale del 1928, per la quale, nell’ambito della lotta al latifondo, tutti i terreni improduttivi o abbandonati vengono espropriati di due terzi, permettendo il passaggio di gran parte delle aree bonificate sotto il controllo diretto dello Stato.

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All'Opera Nazionale Combattenti (ONC), fondata al termine della 1GM per l’assistenza ai reduci con tre funzioni: sociale, finanziaria ed agricola, viene affidata nel 1926 il compito della trasformazione fondiaria e la gestione di tutti i progetti e lavori di bonifica.

Negli anni fra il ‘29 ed il ’35, in qualità di Commissario Governativo con poteri straordinari, Valentino Cencelli dirige la bonifica integrale in vaste zone agricole d'Italia, dalle Puglie al Veneto ed alla Toscana, per un complesso di 450.000 ettari (pari a 4.500 kmq).

Solo nei sei anni della sua guida, l'ONC istituì 41 aziende agrarie e 35 comprensori di bonifiche sparsi in tutta la penisola.

L'impresa più rilevante della Riforma è rappresentata dalla bonifica delle paludi pontine, sia per la grandiosità della concezione, sia per la rapidità con cui venne condotta.

 

La tradizione vuole che il nome di queste terre inospitali sia da ricondurre alla città di Suessa Pometia [Σούεσσα Πωμεντιάνη], antichissimo centro urbano di collocazione sconosciuta, abitato dai Volsci, qui migrati attraverso l’Appennino verso il XV° secolo a.c.

Viene sconfitta ripetutamente da Roma nel V° secolo a.c. finché scompare definitivamente dalle cronache. Ad essa si ricollega il nome della moderna città di fondazione di Pomezia.

Ma le origini dei primi abitanti della regione vengono anche fatte risalire a genti doriche che vi si sarebbero stanziate nel corso delle correnti migratorie dell’VIII° secolo a.c.

Stanche di sottostare alle leggi di Licurgo, secondo quanto racconta Dionigi d’Alicarnasso, approdarono in queste terre ove eressero altari a Feronia, dea della natura e degli animali selvaggi.

Nella mitologia infatti, a vagare tra gli anfratti ed i boschi che si estendevano a nord del Circeo, si ritrova questa ninfa, tanto bella da rapire il cuore di Giove.

Il suo culto si estese a tutti i centri vicini fino a destare l’invidia e la gelosia di Giunone che scacciò Feronia da quelle terre che, maledette per sempre, subirono dalla Dea inondazioni di fiumi e di torrenti trasformandole in paludi acquitrinose e malsane.

E ad Omero si riallaccia il nome del Circeo, il promontorio che protende a mare da queste terre il profilo della Maga Circe, ad ammaliare il visitatore quanto prima di lui Ulisse.

 

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Costituito da una vasta pianura alluvionale, l’Agro Pontino rappresenta un grossolano rettangolo delimitato dalla costa tirrenica compresa tra i promontori di Anzio e del Circeo per un centinaio di chilometri, che si estende nell’entroterra dai 20 ai 30 km fino ai piedi dei Colli Albani a nord e dei monti Lepini e Ausoni a sud.

Un sistema di dune risalenti al quaternario (duna antica) la delimita lungo la costa compresa tra i due promontori, ed è raddoppiato sul lato mare da un secondo sistema di dune più recenti, che costituisce l’argine di una collana di stagni oblunghi, i laghi costieri.

L’immensa laguna dei tempi preistorici ha sempre spinto l’uomo alla bonifica per ricavarne campi fertili dai terreni prosciugati, ma tutti i tentativi sono stati regolarmente frustrati nel tempo dalle dimensioni del territorio interessato e dalla fugacità degli interventi operati, che riportavano regolarmente la situazione idro-geologica alle condizioni paludose precedenti non appena venivano trascurate le indispensabili ed assidue opere di manutenzione dei drenaggi.

I più antichi tentativi documentati di bonifica risalgono ai popoli latini insediati nelle alture circostanti, ed interessarono il territorio più settentrionale utilizzando un esteso sistema di drenaggio con cunicoli e pozzi.

La Roma repubblicana amplia la bonifica tanto da riuscire all’inizio del III° secolo a.c. a farvi passare il primo tratto della Via Appia e fondarvi alcuni borghi pedemontani, ma già la Roma imperiale era obbligata a restaurare la via consolare, e Orazio nel 37 a.c. nel percorrerla è costretto a farsi traghettare tra i morsi di zanzare lungo numerosi tratti di cui la palude aveva ripreso possesso.

Tutta l’area ritorna inesorabilmente paludosa nel periodo delle invasioni barbariche, quando l’imperatore Teodoro compie ancora un tentativo di salvare la bonifica romana, impresa definitivamente sconfitta nel corso del medioevo che assiste al completo impaludamento di tutta la pianura.

Le paludi pontine diventano feudo della famiglia Caetani nel XII° secolo con l’ascesa al soglio pontificio di Bonifacio VIII (membro della famiglia), nel periodo in cui Ninfa, alle pendici dei monti Lepini, diventa centro di transito alternativo per l’Appia ormai abbandonata e compie una limitata bonifica dei territori immediatamente circostanti, testimoniando lo stato di impaludamento di tutto l’Agro Pontino.

Altri tentativi di bonifica furono intrapresi dal Papato tra il ‘400 ed il ‘600, coinvolgendo anche Giuliano de’ Medici e Leonardo da Vinci, che ne progettò il prosciugamento attraverso un sistema di canali e pompe idrovore mai attuato, ma la cui corretta concezione fu dimostrata dalla effettiva realizzazione della bonifica ad opera dell’ONC.

Alla fine del ‘700 papa Pio VI intraprese imponenti opere idrauliche con una rete di canali, alcuni dei quali ancora esistenti, per la bonifica di zone limitate centro-meridionali delle paludi immediatamente a ridosso dei monti Lepini e Ausoni, ma la rivoluzione francese pose fine ai lavori che erano durati vent’anni.

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Le condizioni della regione sono testimoniate anche da Goethe, che nel suo lungo Viaggio in Italia (1813-17) le descrive come "l’angolo più selvaggio e affascinante d’Europa", in quanto risponde ai criteri estetici del proto-romanticismo dell’epoca con le sue distese d’acqua stagnante, i suoi boschi tenebrosi frequentati dai briganti, le sue lestre (capanne di legno e paglia utilizzate dai pastori dell’Appennino che scendevano a valle per  svernare), i suoi butteri a cavallo che guidano mandrie di bufali.

Le paludi erano poi frequentate dai poveri abitanti dei borghi limitrofi per la caccia di frodo e per la pesca negli stagni della Piscinara, nonché dai nobili della capitale per le battute di caccia nelle selve.

Su tutti indistintamente i frequentatori più o meno occasionali delle paludi incombeva minaccioso il rischio della malaria, endemica in tutti i centri abitati delle zone periferiche, e che in passato aveva ciclicamente sterminato gli abitanti delle città sorte a valle nel corso dei secoli dopo le bonifiche, quando queste regredivano  nell’impaludamento.

Nel 1871, con la Breccia di Porta Pia e la fine dello Stato Pontificio, l’Agro Pontino entra a far parte del Regno d’Italia, i cui vari governi presentarono numerosi progetti di bonifica, mai realizzati ma che alla vigilia della 1GM sfociarono nello Scandalo delle Pontine per finanziamenti a privati che avviassero bonifiche nei propri terreni.

 

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Le Paludi Pontine vengono infine definitivamente sconfitte dalla Bonifica integrale (Legge Serpieri, 1933) che prevede la contemporanea realizzazione di:

- Bonifica sanitaria, affidata all’Istituto Antimalarico Pontino,

- Bonifica idraulica, affidata ai due Consorzi di Bonifica operanti nel territorio,

- Bonifica agraria, affidata all’Opera Nazionale Combattenti.

Dal 1926 al 1937, per la bonifica dell'Agro Pontino furono impiegate ben 18.548.000 giornate-operaio, alle quali vanno aggiunti il prosciugamento delle paludi, la costruzione dei canali ed il disboscamento delle foreste.

Il Consorzio di Piscinara ed il Consorzio di bonificazione pontina, oggi riuniti un unico ente che cura la manutenzione delle opere di bonifica, realizzarono il drenaggio e prosciugamento di 135.000 ettari, che vennero a tale scopo suddivisi dal punto di vista idrogeologico in tre settori:

-  Acque alte, con canali che assicurano il drenaggio dei bacini montani,

- Acque medie, con il convogliamento delle acque sorgive ed il drenaggio delle zone intermedie che adeguatamente canalizzate possono scolare  a mare,

- Acque basse, con il prosciugamento mediante idrovore delle zone depresse (sotto il livello del mare).

Parallelamente alla bonifica dei terreni acquitrinosi, si operava al disboscamento delle aree alberate impraticabili di macchia mediterranea disposte a ridosso della duna antica, preservandone però a futura memoria una testimonianza, un’ampia area naturale protetta, il Parco Nazionale del Circeo, che (escludendo il litorale con i laghi costieri, anch’esso incluso nell’area protetta) comprende 2.500 ettari di bosco.

Per la protezione delle culture dai venti dominanti, si opera al contempo un intenso rimboschimento, che in quattro anni vede sorgere barriere frangivento con l’impianto di più di un milione di alberi, in prevalenza eucalipti.

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Man mano che venivano prosciugati e resi coltivabili, l'Opera Nazionale Combattenti si occupava della assegnazione dei terreni, che venivano affidati in concessione a coloni provenienti principalmente dalle regioni, allora povere e sovraffollate, del Veneto, del Friuli e dell'Emilia.

Ai nuovi coloni veniva assegnato un Podere costituito da un terreno coltivabile di 18 ettari, una casa colonica con annessa stalla, una vacca da latte, due buoi per l'aratura e tutti gli attrezzi necessari. Avevano diritto inoltre ad una parte del raccolto ed al riscatto di casa e terreno a prezzi agevolati.

I poderi erano organizzati in comprensori facenti capo ad un Borgo rurale con infrastrutture urbanistiche di base per le necessità immediate dei coloni, comprendenti scuola, chiesa, uffici di supporto burocratico come Credito Agricolo e Casa del Fascio, ufficio postale, emporio e locanda, ma senza prevedere residenti al di fuori degli addetti alle suddette infrastrutture.

Per fiere e mercati, e per bisogni specifici i borghi facevano capo alla più vicina Città di fondazione, a sua volta dotata di infrastrutture urbanistiche più articolate in funzione assistenziale e rappresentativa, e correlativamente di una popolazione residente.

Viene realizzata una rete di circa 500 km di strade interpoderali e la Croce Rossa impianta 13 Stazioni Sanitarie per la lotta antimalarica, infine debellata con il massiccio intervento sanitario che potenzia l’azione di prevenzione sul territorio svolta dal prosciugamento nei confronti dell’habitat umido favorevole alla zanzara anofele.

Al termine della bonifica, a cura dell’Opera Nazionale Combattenti erano state realizzate cinque Città di fondazione: Littoria (oggi Latina) nel 1932 e subito elevata a capoluogo di provincia, Sabaudia nel 1934, Pontinia nel 1935, Aprilia nel 1937, Pomezia nel 1939. Erano sorti quattordici Borghi Rurali ed erano stati assegnati circa cinquemila Poderi.

 

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La Pentapoli Pontina rappresentava dunque il cuore urbanistico di una nuova concezione del progresso, agricolo piuttosto che industriale in questo caso, della Nazione, con una organizzazione piramidale e capillare delle strutture socio-economiche al servizio ultimo dell’unità di base della produzione, cioè del contadino.

Tramite questa catena di gerarchia urbanistica (Podere - Borgo - Città) il Colono comunica nei due sensi con il resto della Nazione, per trasmettere la produzione e ricevere assistenza attraverso il Consorzio Agrario in ambito tecnico, e fruire di tutte le strutture sociali messe a disposizione del cittadino in genere, dalla istruzione alla sanità ed alla previdenza.

La distribuzione geografica della Pentapoli segue l’asse longitudinale del quadrilatero rappresentato dall’Agro pontino, lungo la Via lunga (oggi S.S.148 - Pontina) sorta parallelamente in direzione mare rispetto all’antico percorso della Via Appia.

Si snodano in regolare sequenza, partendo da Roma, Pomezia, Aprilia, Littoria (Latina) e Pontinia, mentre la strada si conclude a sud a Terracina, confluendo con la Via Appia.

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Sabaudia resta stranamente esclusa da questo lineare percorso, separata dalla Via lunga da tutta l’estensione del Parco del Circeo, sorgendo praticamente a ridosso della linea costiera e incuneata tra i bracci trasversali del Lago di Paola.

Pur essendo nata al pari delle “consorelle” con vocazione rurale, e pur volgendo (per così dire) le spalle al mare, sembrerebbe concepita per quello sviluppo turistico balneare che in seguito ebbe in sorte...

Persino il progetto (realizzato però solo nel dopoguerra) del ponte sul lago di Paola, che permette l’accesso alla duna esterna ed al lungomare, sembra anticiparne la vocazione balneare.

Costruite tutte a tempo di record da un minimo di 6 mesi (Littoria) ad un massimo di 18 mesi (Aprilia e Pomezia) tra il ’32 ed il ’39 al ritmo di una ogni due anni, le città della Pentapoli erano previste per 3.000-5.000 abitanti, ad eccezione di Littoria che subì un rimaneggiamento del piano regolatore a soli due anni dall’inaugurazione per portarla ad oltre 20.000 abitanti in funzione dell’elevazione a capoluogo di provincia.

Portati a termine tra il ’26 ed il ‘32 le opere fondamentali di risanamento con il drenaggio ed il diboscamento, e realizzate la maggior parte delle strutture viarie fondamentali (i due assi principali longitudinali dell’Appia e della Pontina e le trasversali Strade Migliare), viene decisa nell’aprile ‘32 la istituzione del primo Comune nel cuore della bonifica, affidando il piano regolatore all’arch. Frezzotti che ne disegnò la pianta ottagonale a struttura radiale in linea con le più moderne vedute del Razionalismo.

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Littoria viene inaugurata nel dicembre ’32 ad appena sei mesi dalla posa della prima pietra, contemporaneamente al primo lotto della riforma fondiaria con 515 case coloniche ed all’annuncio della prossima fondazione di Sabaudia. Alla fine della cerimonia, uno schieramento di 110 trattori lungo un fronte di un chilometro inizia la prima aratura dei nuovi campi.

Ad aprile del ’33 l’ONC pubblica il bando di concorso per il piano regolatore della seconda Città di fondazione dell’agro Pontino. Dei tredici progetti presentati, vince quello firmato dagli arch. Cancellotti, Montuori, Piccinato e Scalpelli. Questo progetto, di chiara impronta razionalista, fece subito di Sabaudia un vero e proprio caso tra le varie realizzazioni del regime nel campo dell’urbanistica, tanto da essere subito citato come il modello della città nuova.

 

Le Corbusier l’ha definita “un dolce poema, forse un po' romantico, pieno di gusto, segno evidente d'amore”, e Luigi Piccinato ne delinea così le peculiarità urbanistiche: “Non più la città murata contrapposta alla campagna, la città che impone enormi spese e non produce, la città fine a sé stessa e che in sé si conclude, ma nuove forme urbane aperte e decentrate, ragionevoli ed equilibrate con la loro funzione, una città indissolubilmente legata al suo territorio”.

 

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Il 5 agosto 1933 Mussolini posa ufficialmente la prima pietra. Questa porta scavato un incavo che riceve un tubo in cui vengono sigillati simbolicamente uno scalpello ed una cazzuola. Da quella pietra germoglierà in 253 giorni e con l’intervento di 8.000 maestranze (muratori, scalpellini, falegnami, idraulici...) una città che nel censimento del ’36 registrerà 4.890 abitanti.

La cerimonia, puntualmente documentata dal cinegiornale Luce, prosegue con la trebbiatura del primo grano appena falciato a Littoria con la partecipazione personale del Duce che lavora alle macchine accanto i contadini.

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Una manifestazione ancora più imponente si svolge il 15 aprile del ’34 per l’inaugurazione di Sabaudia, a cui interviene Vittorio Emanuele III° e la famiglia reale, mentre vengono consegnati personalmente da Mussolini un attestato ed un premio in denaro a 1000 operai che hanno contribuito alla “redenzione dell’Agro Pontino, strappato alla mortifera palude”, come recita la targa commemorativa alla base della torre civica.

Mussolini tornerà nel luglio ‘35 per trebbiare il primo grano di Sabaudia nel podere 2022, e Ferruccio Ferrazzi lo immortalerà in questa posa assieme a Valentino Cencelli sullo sfondo del municipio con la sua torre civica nel mosaico della chiesa dell’Annunziata, posto nel nicchione che sovrasta l’ingresso.

 

Ma pare che la maledizione di Giunone su queste terre non volesse arrendersi dopo la sconfitta subita dagli elementi della natura da lei scatenati... Pomezia, ultima in ordine di tempo della Pentapoli, non è stata ancora inaugurata (ottobre 1939), che ecco soffiare le prime raffiche dei venti di guerra che sconvolgeranno l’Europa, nonostante il tentativo di scongiurarla  ad opera dello stesso Mussolini con il Trattato di Monaco.

La guerra operò ingenti danni alla parte nord dell’Agro Pontino, che vede affrontarsi per quattro mesi 60.000 anglo-americani contro 70.000 tedeschi dopo lo sbarco di Anzio agli inizi del ’44, con l’evacuazione delle popolazioni e i sabotaggi tedeschi alle opere di drenaggio per allagare vaste aree, ed i bombardamenti a tappeto degli alleati che rasero al suolo Aprilia (nome in codice: the factory) ed i borghi adiacenti, Cisterna e buona parte di Littoria e di Pomezia.

 

Dopo le prime ricostruzioni con il Piano Marshall nell’immediato dopoguerra, nel 1950 viene istituita dal governo De Gasperi la Cassa per il Mezzogiorno, che invertiva completamente la spinta alla ruralizzazione posta alla base dello sviluppo socio-economico a cui mirava la bonifica dell’Agro Pontino.

Ente di diritto pubblico, ricalcava i principi ispiratori del New Deal di Roosevelt nell’America degli anni ’30 e prevedeva l’intervento dello Stato con un piano di finanziamenti per lo sviluppo industriale nel Meridione. Inizialmente previsto con una durata decennale, venne successivamente prorogato con altre denominazioni fino al 1993, quando viene affidato direttamente al Ministero delle Finanze l’intervento pubblico nelle aree economicamente depresse.

 

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 L’effetto dell’inversione di tendenza nell’indirizzo dello sviluppo economico dell’Agro Pontino ebbe risultati immediati e catastrofici specie nei confronti dell’habitat, sommandosi a fenomeni sociali condivisi con tutta la nazione, ma acutizzati dalla prossimità con la capitale.

La migrazione interna e parallela urbanizzazione sfrenata, il consumismo con tutte le sue implicazioni sia sociali che economiche, la speculazione edilizia incontrollata con relativa cementificazione del territorio, la politicizzazione degli apparati e degli organi di controllo dello Stato, i diffusi fenomeni di corruzione e l’illegalità dilagante, furono tutti fattori che determinarono rapidamente un profondo sconvolgimento dell’assetto sociale e urbanistico della regione.

L’abbandono delle campagne e l’industrializzazione furono ovviamente tanto più precoci e più profondi quanto più le aree interessate si trovavano in prossimità dei due “poli gravitazionali” degli interessi politici ed economici.

Il primo e più intenso polo di influenza è rappresentato da Roma, di cui sia Aprilia che Pomezia si possono ormai considerare città satelliti. Ambedue i comuni vedono quadruplicati gli abitanti nel corso del ventennio ’50 - ’70 (oggi sono decuplicati).

Il secondo polo di influenza è rappresentato da Latina, passata dai 20.000 abitanti del ‘36 ai 120.000 del 2011, che può addirittura vantare la prima centrale nucleare (oggi smantellata) di Borgo Sabotino.

Accanto a settori dell'industria che hanno una certa attinenza con la precedente vocazione agraria, quali l'agro-alimentare e l'industria casearia, i principali settori che si sviluppano sono il farmaceutico, il chimico ed il metallurgico, con conseguente inevitabile inquinamento dell’habitat.

 Con l’avvento degli anni ’90 e la fine della Cassa per il Mezzogiorno (e conseguente arresto dei finanziamenti), insorge una profonda crisi del settore industriale, aggravata dalla paralisi amministrativa determinata da Tangentopoli (altrimenti detta Mani Pulite) e dal passaggio alla Seconda Repubblica, che segna la scomparsa delle istituzioni partitiche dominanti da più di quarant’anni la scena politica italiana, e determina un nuovo assetto politico.

Con la grande recessione dei primi anni del XXI° secolo e l’avvento della Terza rivoluzione industriale (dell’informatica e della globalizzazione), si assiste ad un rapido degrado della qualità di vita nella regione e nel suo capoluogo (Latina), con fenomeni di criminalità organizzata e instabilità politica.

 

A questo profondo sconvolgimento che interessa tutto l’Agro Pontino, Sabaudia resta apparentemente estranea. La salvano probabilmente la posizione decentrata rispetto l’asse viario e l’ubicazione, stretta tra il parco del Circeo ed i rami del lago di Paola, ambedue fattori negativi per lo sviluppo industriale.

Sonnecchia nell’oblio del dopoguerra, negli anni in cui l’architettura razionalista viene colpita da damnatio memoriae nel generale rifiuto di qualsiasi cosa ricordi anche da lontano il Ventennio.

La riscoprono alla fine degli anni ’50 alcuni esponenti di spicco dell’intellighenzia romana che la adottano quale meta di ferie e di vacanze balneari, lontano dalla folla che inizia a gremire il litorale nei pressi della capitale.

 

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Tra coloro che vanno conto-corrente e ne decantano il fascino, ci sono nomi come Moravia: “Queste città in stile razionale non parlano alla ragione, bensì all'immaginazione, con il loro fascino melanconico ed echeggiante che si fonde meravigliosamente con il paesaggio di bonifica, così piatto, così disteso, così interminato, tra i lontani monti azzurri e le acque addormentate della laguna. Un territorio interiore stabile e intatto, che prende respiro dal paesaggio”.

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E Pasolini: “Eccoci di fronte alla struttura, la forma, il profilo di una città immersa in una specie di grigia luce lagunare, benché intorno ci sia una stupenda macchia mediterranea. Quanto abbiamo riso, noi intellettuali, dell'architettura del Regime, delle città come Sabaudia. Eppure adesso queste città le troviamo assolutamente inaspettate, si sente che sono fatte, come si dice un po' retoricamente, a misura d'uomo”.

Tra gli intellettuali che la rivalutano c’è anche Bertolucci, che nel 2003 racconta, riassumendo brillantemente l’atteggiamento dell’establishment culturale italiano nei confronti del Razionalismo:

Nel 1958 io avevo 17 anni. Moravia chiamò mio padre e gli disse: Perché non mi accompagni? Vado a cercare una casa sul lungomare di Sabaudia, sulle dune. E mio padre porta anche me. Veniamo qui, il posto è bellissimo, in realtà non molto diverso da oggi, perché qui per fortuna a un certo punto hanno smesso di fare case. Tornando ci fermiamo a Sabaudia a bere un caffè, e mi ricordo come Alberto, mio padre (ed anche io, imitandoli), fossero proprio offesi dalla bruttezza dell’architettura fascista di Sabaudia. Flash in avanti, vent’anni dopo, 1978. Io giro La luna, proprio in questa spiaggia, e miracolosamente Sabaudia, che era l’orribile architettura fascista, è diventata bellissima. Sono i misteri dell’evoluzione del gusto, nel ’58 l’estetica non bastava a salvare il luogo, c’era il ricordo storico”.

 

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Quel mare a cui la città volgeva le spalle, divenuto elemento fondamentale di richiamo, ha cambiato la vocazione della città da centro agricolo a centro turistico e sportivo.

  Negli anni del boom edilizio ed economico, intorno alla città sorgono numerose le lottizzazioni di residenze estive, coinvolgendo anche una parte della duna esterna con la realizzazione di sontuose ville, come quella del Conte Volpi di Misurata, o le splendide realizzazioni  di Busiri Vici, che troverà innumerevoli imitatori nel c.d. Stile Mediterraneo.       

Il fenomeno viene fortunatamente interrotto dal varo dal piano regolatore del 1972, redatto da Piccinato, Montuori e Taviano. Il provvedimento, del tutto innovativo all’epoca, di tutela assoluta delle coste e dei laghi fu considerato, dai cittadini più aperti e sensibili alle problematiche ambientali, lungimirante ed estremamente urgente, mentre trovò del tutto impreparata l’opinione pubblica. E l’Amministrazione Comunale dell’epoca dovette affrontare numerose e vivaci proteste…

Occorre sottolineare che, a differenza dei frequenti scempi perpetrati ai danni di tanti litorali italiani, caratterizzati dal caos nella programmazione urbanistica e dallo sfrenato abusivismo edilizio, nelle opere di Busiri Vici precedenti il piano regolatore, i volumi architettonici risultano perfettamente integrati al paesaggio, con risultati estremamente gradevoli e non aggressivi nei confronti dell’habitat.

L’edilizia legata al fenomeno della seconda casa, andando ad occupare prevalentemente aree ai margini della città, ha consentito  la perfetta conservazione del centro storico e dell’assetto urbanistico originale.

Ne ha però eroso un territorio di pregio, di notevole importanza per l’assetto agricolo, sopravvissuto (anche se in misura molto ridotta) grazie ai flussi migratori che costituiscono oggi la principale fonte di mano d’opera nelle aziende agricole, che a loro volta hanno rimpiazzato i coloni di un tempo. Nel comune di Sabaudia, al censimento del 2011, su una popolazione totale di 18.800 abitanti, risultavano 1.800 stranieri residenti, in massima parte indiani...

L’urbanizzazione della campagna e la cementificazione indiscriminata del territorio non costituiscono un progresso, bensì un regresso, rappresentano fenomeni da arginare e contrastare. Negli anni ’60, sull’onda del boom economico ed edilizio, della corsa all’industrializzazione e dell’abbandono delle campagne, non si è verificata alcuna lungimiranza né consapevolezza di quanto fosse importante la tutela del territorio e dell’ambiente.

Solo in tempi recenti si comincia a riconsiderare il significato storico-architettonico dell’unità Podere ed a rivalutarne l’importanza della struttura edile quanto di quella rurale. E questo fa almeno ben sperare in un futuro recupero di quanto resta a testimonianza di una realizzazione grandiosa in termini tecnici quanto sociali...

 

 

[E.Bonanno - Sabaudia, in: ΛΕΡΙΑΚΑ, Επιθεώρηση Λεριακών Μελετών - vol 4°,

Αφιέρωμα Portolago (Λακκί) - Sabaudia; Aθήνα, 2017]

 

 

 

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